Rettangolo con angoli arrotondati:

Elena rapita

Poema” di Giuseppe Drago

ELENA RAPITA

             Secondo il mito, le origini della guerra di Troia nacquero per la disputa sorta, del cosiddetto "pomo della discordia"; una mela d'oro con la scritta "Alla più bella" che fu lanciata da Eris, dea della discordia, fra i convitati al matrimonio del re dei mirmidoni, Peleo, con la ninfa Teti. Le tre dee Era, Atena e Afrodite affidarono a Paride, figlio del re di Troia, il compito di offrire il frutto alla più bella delle tre dee. Paride, per accattivarsi il favore di Afrodite al progetto di rapire Elena, decise di consegnarla a lei.  Elena, era la moglie di Menelao, re di Sparta. 

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Canto 1

Nell’Olimpo

Ed ancor di tregua, Hera, parlar non volle,

mentre Zeus al sovvenir di Io,

vampar non poco gli facea la pelle.

 

A divagar dai dubbi ch’eran sorti,

a Teti, Zeus volse arbitrio,

approssimando i giorni dei suoi voti. 

 

Decise, che la ninfa si unisse con Peleo, 

mentre il dio dell’altrui amar

s’avrebbe consolato per la perduta Io.

 

Tre dee, invitate furono alle nozze,

nel qual tempo, alcune nereidi a circo

davan lode a Teti di Peleo, nelle piazze.   

 

Eris, dea della discordia, folle d’ira,  

fè tumulto lanciando una mela,

rivolta alla dea di bellezza rara. 

 

Se per la più bella il dono fu offerto,

Paride, nella scelta, favorì Afrodite,

per rapir Elena senza alcun sospetto.

Menelao l’amava più della sua vita,

e sostava a lungo ad ammirarla,

senza mai perderla di vista.

 

Alla movenza dei suoi passi

ognuno, attonito restava,

tal da non porre gli occhi bassi.

 

Elena era bella, come la spuma del mare,

come il fiore più bello che sta a sbocciare

come l’uomo solo può sognare.

 

Ma in lei, la vanità, bussò nel cuore,

era il suo fascinoso aspetto, che esigeva,

di rievocare i suoi giorni di furore.

 

Dal ricordo di Teseo non cedea la data,        

e del falso detto a Castore e Polluce,

si sentiva ferita d’esser stata liberata.

Hermes, le apparve, messagger dei cieli

recandole la nova di fuggir con Paride,

uomo d’oriente, d’origine reali.

 

Elena, ora, invasa da un altro amor folle

accelerò il tempo della sua avventura,

mentre l’erano favorevole le stelle.

 

Menelao, appena la incontrò in giardino,

lei cedette alle di lui lusinghe,

mentre si esponeva, ad Hermes il divino.

 

Hermes, vigile, per essere sincero,

a quello che a Zeus riportar dovea,

con passione, verificava che tutto fosse veritiero.

Menelao, Menelao! Lei diceva con ardore,

mentre col pensiero, perpetrava di fuggire

con il principe di Troia, il seduttore.

 

Poiché l’infatuato non pensava al regno,

gli Spartani eran preoccupati  

per suo atteggiar senza impegno.

 

Menelao, conoscendo il suo destino,

non lasciava Elena andar lontano,

poiché se la perdeva, il soffrir l’era vicino.

 

Un dì, in Egitto incontrò Proteo

mentre il dio parlava con le foche

nell’acque dell’Egeo.

 

L’Atride s’era a lui avvicinato,

domandandogli del suo futuro,

e seppe che presto sarebbe stato desolato.

 

Proteo, non voleva dargli profezia,

ma Menelao insistette, così tanto,

che alla fine fu pieno di mestizia.   

 

Poi di Poseidone il figlio, per il duolo

s’immerse nelle acque con le foche,

mentre Menelao, deluso restò solo.  

 

A Menfi, ad ovest del Nilo v’era un tempio.

D’Elena fu stimato d’essere, ma era d’Afrodite,

per cui gli Egizi, dicevan ch’era scempio.

 

E poiché d’Osiris usurpava il loco,

gli Egizi, pensarono d’abbatterlo

e purificar la zona con il fuoco.

 

Ad Elena, un tempo, piacque frequentare Fero,

Spesso si tuffavan nei meandri corallini

e tra i cavernosi luoghi di mistero.

 

Uscendo, andavano alla corte lì vicino,

ove Proteo disponeva ordini al suo governo,

mentre lei sorseggiava da una coppa, il suo vino.

 

Ma Elena sapeva della virtù del dio

e presto volle saper del proprio destino,

dopo avere lusingato il re, detto il pio.

 

Proteo predice a Elena

 

Proteo così le disse: “In te contrasto regna,

e nei flussi del tuo sangue smania 

il desiderio ch’altri ne pregna.

 

Elena, gli chiese che fosse più chiaro

a spiegarle le vicende del  futuro,

e se il suo amor, fosse amaro.

 

Amaro replico, sarà per colui che cede

all’agreste incontro che gli invadi il cuore,

quando gli contagi la virtude ch’altro non vede.

 

Poiché, nata sei da un guscio, il non capire

l’amor cosa procura, ignaro il tuo cuor

cagiona altrui, le pene del soffrire.

 

 

Il sentimento che ti muove, muove

l’uomo verso sventura e soccombe

cercando invano di resisterti, alle prove. 

 

Io son saggio, perché so il futuro,

ma nelle tue brame sarei caduto,

per questo mi sottraggo e di te non mi curo.

 

Tu sei bella quanto più è rovina

e all’uomo che s’avvicina, gli poni

la stringa al cuore, c’altro non pena.

 

Non puoi fermare il tuo impeto,

perché esso si ristora nello struggere

l’infatuato cicisbeo, che t’ama senza veto.

 

Implora Zeus! Non per la tua beltà,

ma per l’amara angoscia che procuri altrui,

come se fossi una vivente calamità.

 

Ma dell’amor d’Elena, Proteo non era ignaro,

la conobbe quando lei aveva sedici anni,

poi lei tornò in Sparta ove stette col suo caro.

 

Elena ritorna da Tindaro

 

Dimenticando tutto quello che le fu detto,

nel mar vagò, verso un piccolo naviglio,

ove v’era preda per l’ingordo suo appetito. 

 

A bordo, Elena salì, con le graziose ancelle

per comprare dei monili di Tartasso, ma Igor

il fenicio, nel vederla sentì brivido alla pelle.

 

Subito, le regalò un anello,

ch’ebbe dalla ninfa Egeria, il quale

sentir faceva l’uomo, un giovine pivello.

L’idea di rapir Elena, la considerò stoltizia,

il capitano sapeva della di lei progenie,

così non vantò altro che amicizia.   

 

Navigando, senza molestare Elena,

si diresse verso le coste della Grecia,

or che il vento li spingeva con gran lena.

 

Dopo due giorni, arrivati in Peloponneso,

nella casa di Tindaro, suo padre,

Elena dichiarò di voler Proteo come sposo.

 

Ma alla corte v’era già chi l’amava,

pronto a dare tutto il suo cuore, 

ignaro del destino che lo fronteggiava.

 

Eaco, figlio della ninfa Egina,

più volte tentò di averla in moglie,

ma Elena, preferì d’esser eroina.

 

Da un dio, voleva essere rapita

o da un principe di terrestre regno,

che l’avrebbe divinamente amata.

 

 

Menelao amico di Paride

 

 

Menelao, era amico di Paride, il troiano.

Furon giorni, quando si conobbero

al mercato d’Argo,e si strinsero la mano. 

 

Fecero scambio di certa stoffa tipica,

lui gli diede seta policroma d’Oriente,

e Menelao, un fregio di civiltà Minoica.   

 

Così, appena apparve il naviglio,

la guardia disse ch’era l’Ecubeo,

ed Elena corse, con raggiante piglio.

 

Or, Paride fu accolto per le sue proposte

di nuove strategie di guerra contro Atene,

che spesso era vincente lungo le sue coste. 

 

 Un drappello scortava lo straniero

lungo le schiere a suo onor parate

e la gente  riveriva ogni singolo guerriero.

 

Appena, l’ospite fu arrivato in corte,

fu accolto dall’Atride, che elogiò lui

e i troiani, di cui Paride fè parte.

 

A primo istante s’invaghì di Elena,

e cercò d’avvicinarsi, quando

tra i commensali iniziò la cena.

 

Gli apparve come al cadenzar d’un ninfa,

che subito incantato fu da un suo cenno,

che gli fè il sangue tramutare in linfa.

 

Al forestiero, poi, la sua mano diede,

e dopo,  affabile, seduta accanto a Menelao,

gli confermò la sua dissoluta fede.

 

Infatuato, l’Ecubeo, solo lei mirava,

era pronto a progettar la fuga

tradendo l’amico che ignaro l’ospitava.

 

Cercarono da soli di poter parlare,

ma Menelao andava intorno,

e non ebbero modo di poterlo fare.

 

 

 

Fu durante la notte ch’Elena lo incontrò,

ed egli approvato il suo piano, 

abile nella stanza del tesoro s’inoltrò.

 

Drogato dal vino, mentre Menelao dormiva,

nel silenzio s’impossessarono dell’oro,

e lo misero al sicuro, fino all’alba che veniva. 

 

Una biga e due cavalli lei stessa preparò,

con un manto coprì il suo volto,

e la fuggitiva, il cuor di Menelao separò.

 

Verso il naviglio, per la via antica,

fuggirono i  due birbanti,

diventati amanti, in men che si dica.

 

In poco tempo furono alla costa,

ove si prepararono a salpare,

gli autori di furfanti gesta.

 

Paride, celermente spiegò le vele

ed Elena col timone puntò al largo,

lasciando Sparta con tutta la sua prole.

 

Menelao si sveglia

 

Il giorno dopo, quando Menelao, si svegliò,

la moglie non era più al suo fianco,

né il tesoro che la gagliarda gli rubò.

 

Vendetta! Gridò il re tiranno,

all’infedele moglie e al suo amante,

e guerra or sarà, contro il traditor troiano.

 

Che infausto giorno nella vita m’è scaduto

e all’ossequio che ho dato ai numi,

solo tradimento ho ricevuto. 

 

Già la mia famiglia gravemente fu provata,

da intrighi sanguinosi tra Tieste ed Atreo,

per cui la loro fratellanza non fu mai sanata.

 

Come spartano e prode armigero, 

per dovere d’onore del mio casato

contro sarò di chi con me non fu sincero.

 

L’ora del patir m’avverte il giorno,

per lottare la fallace speranza  

per riaver colei che non farà ritorno. 

 

Ma non sarò, certo, indegno

a lasciare ch’io sia battuto

da chi offese me e il mio regno.

 

Mi scorderò l’amicizia che mi lega,

per combattere colui che mi ferì, 

raggirandomi con l’abbraccio che lusinga.

 

Se nel pellegrinar morir dovrò,

trascinerò Elena con me negl’inferi

e a lato del suo cuore perfido starò.

 

Il sacerdote Ardimeo,ch’era nel tempio,

informato del tragico misfatto,

chiese giustizia ai numi per lo scempio,

 

si prostrò al sacral d’Apollo

in espiazione con una offerta agreste,

per difendere Menelao dal penoso fallo.

 

Diceva: “A Menelao, fu fatta grave ingiuria

e del suo tormento, per certo, gli dei

gli faran favore senza alcun penuria”. 

 

A quel dire, Apollo a propiziar si mosse

per bocca del profeta e disse:

Menelao riavrà ciò che lo stranier gli tolse.

 

Cantoe 2

Elena e Paride nel mar Egeo

 

In breve i due dissoluti furon fuori, 

e nell’aperto mare puntarono il timone,

con il loro amore che disinibiva i loro cuori.

 

Sedotti dall’antico sentimento,

trasfuso da Venere, ne accettarono

disinvolti, l’intrepido cimento.

 

A vele spiegate Paride solcò il mare,

per dirigersi verso Troia,

con un unico desiderio, d’Elena sposare.

 

Ma nel cielo, un nuvolo assai nero

e uno strano vento, li a poco, li condusse

in un turbine d’acque di mistero.

 

Un vorticecon un gran fragore,

portò la nave fuori rotta,

poi giù, nell’imo di quel mare.

 

Tritone, non volle farli andare   

e li trattene con inganno sotto i mari,  

offrendo loro simpatia e bene stare.     

 

Li costrinse ad essere ospiti prigionieri,

nella sua regia d’oro e di corallo,

piena di dovizie e inebrianti piaceri.

 

Li coinvolse ad assistere ai suoi incontri,

ammirare la vita dei sommersi,

allietati da canti di sirene ed altri cori.    

 

Così, occultando il suo scopo,

si innamorava della bella Elena,

offrendole amore, a poco a poco.

 

La sua pelle, era viscida e resistente,

e nulla poteva opporgli ostacolo 

quando emergea col suo tridente.

 

Credette d’essere d’Elena l’amante,

ma lei, non gli diede intesa,

pur se l’Anfitrite insistette in ogn’istante.

 

Passarono mesi rinchiusi nella reggia,

fuori dal tempo e dagli umani,

con la promessa mutatosi in bugia.

 

Ma un giorno, Tritone diede lor giudizio,

dicendo che il sogno era finito

e il loro partire era prossimo e propizio.

 

Sì disposero a lasciar quel favoloso mondo,

coronato di splendido corallo

per ritornare alla realtà del terren fecondo.   

 

Si ritrovarono nel ponte della nave,

e tutto  intorno v’era schiuma bianca,

come cotone, ma era una strana neve.

 

Tutto fu come uno strano sogno,

nel quale si sentirono trasportati

come se andassero in un altro regno.

 

 

Elena, timorosa abbracciò Alessandro,

avendo capito d’essere stata coinvolta

da quel futuro divenuto vero.   

 

Paride, così, fissato il timone ad oriente

alzò le vele per lasciar quel luogo

e dimenticare per sempre il dio tridente.

 

Ma la nave, presto, sembrò frenata

e l’ondeggiar lento tra le onde,

la rese come se fosse ormeggiata.

 

Mentre Paride assetato, beveva dalle botti,

 vide all’argo dei naufraghi sbandati

e quasi dal vento n’erano sopraffatti.

 

Venivano sballottati dalle onde,   

mentre aggrappati tra i legni fluttuanti,

urlavano aiuto con grida di chi molto spende.   

 

Pietoso era il loro grido,

allorché, Paride con coraggio,

ad uno ad uno, li tirava tutti a bordo. 

 

 

 

Erano naufraghi, d’Agron, affondati,

dopo aver saccheggiato una nave illirica

e dall’equipaggio ne furono sconfitti. 

 

D’origine fenicia erano quei pirati,

dopo avere ringraziato Paride, 

gli chiesero d’essere arruolati.

 

Assunti, nell’intrepido viaggio,

conobbero che Elena era figlia di Zeus,

così, la riverirono per il suo divin lignaggio.   

 

Lei, postasi sulla plancia

li obbligò a eseguire gli ordini di Paride,

senza che alcuno del navigar si impiccia.   

 

Soggiogati dalla bellezza e dai timori

si buttarono proni senza piglio   

giurando fedeltà ai lor signori.

 

Con la fiducia che reggeva le lor vite, 

dopo un giorno salparono da Kithira,

ch’era il luogo d’Afrodite.

 

Dal vento, il veliero era spinto,

seguendo l’intrepido destino, mentre

il cuor di Menalo, era infranto.

 

Dopo giorni, la ciurma domandò  

la loro provenienza, ma Paride

simulando, la domanda travisò.

 

Una sera, che con Elena discuteva 

se rivelare il vero per evitare il peggio,

Efisio, capì ciò che temeva.  

 

Egli, resosi conto del segreto 

del rapimento d’Elena da Sparta,

in segreto decise di rubare l’oro.

 

Efisio, seguì le loro mosse,

e nel rimuovere certe vettovaglie,

di nascosto cercò d’afferrar le casse.

 

Paride, certo d’essere scoperto, 

cambiò rotta e pensò

di sbarcarli nel vicino porto. 

Tritone ama Elena

 

Tritone, convinto d’essere invaghito

ritentò d’amare Elena, convinto 

di non essere impedito.

 

Le sirene tentarono di impedir la rotta

con vibranti canti e voci mistiche,

che i mortali, decisero di far sosta.

 

Quel coro veniva da un’isola a forcella

che nell’avvicinarsi alla costa frastagliata

per poco gliene distruggeva la navicella.

 

L’anfitrite, con poca pazienza,

uscì dalle acque come un pesce,

ripieno di passione e mistica parvenza.

 

Elena, col fascino che emanava,

incitò Tritone, che con gioia, sollevò

le onde a par di musica e cantava.   

Ma un cormorano da Zeus mandato,

gridò al semidio di liberar Paride

da quell’inganno perpetrato.

 

Dal suo rifiuto, dalle api rubò la cera,

e col suo becco coprì le orecchie

dei natanti e li assonnò fino alla sera.

 

Svegliatosi, Paride, dal falso sonno, 

capì che fu lusingato dalle mistiche sirene,

e intrappolato con i suoi con inganno.

 

Dopo aver sturato agli altri le orecchie,

si allontanano da quel luogo,

divenuto, in baleno, pieno di arpie.

 

Spiegate le vele, la rotta fu quella della fuga

scelta da tutti con volontà sicura

che in breve, sparirono dalla quella ruga.

 

Liberi, dalla quella orchestrata tortura, 

incominciarono a proseguire il viaggio

che aprì loro nuove insidie d’avventura.

In direzione d’est alzarono la vela,

verso la città di Paride, posta s’un 

promontorio ove nessuno la dola.

 

Ma amara fu la profezia contro Troia,

che per lo destin di Paride, la famiglia,

della vita ne fu spoglia. 

 

Egli dopo nato, doveva essere buttato,

ma sul monte Ida, dei pastori avendo pietà

risparmiarono la vita all’indesiderato.  

 

Paride non si angosciò della profezia,

anzi la osteggiò con diverso corso,

celandosi in una immagine fittizia.

 

Il suo agire del tutto accattivante

lo faceva agli occhi delle donne

un desideroso uomo ed un amante.

 

Tanto era il suo aspetto affascinante

che le dee lo scansarono dai pericoli

e non lo resero perdente.

 

Paride ed Elena, perdutamente amanti,

Afrodite li volle, contro il voler di Iris,

portatrice di messaggi di sfortuna.

 

Il favor d’Afrodite, così fu ripagato,

per il rapimento d’Elena di Menelao,

facendogli trovar l’amore inaspettato.

 

A un intrepido ritorno, Era lo sottopose.

che avrebbe visto la sua gente devastata,

per la guerra che per lui si riprese.

 

Zeus non rispose all’acerba idea,

ma fece un non deciso cenno,

ed Era s’adoperò per essere la rea.

 

D’accordo, si mise con Tritone,

il dio, che tenne gli amanti

con onori, e soavi canti di sirene.

 

Certo Egli voleva essere il castigante

per ripagar all’inganno della fuga

e per assistere, all’ansia dell’amante.

 

L’Anfitrite propose un piano assai duro

quello di farlo naufragare e poi salvare Elena

dall’abisso e metterla al sicuro.

 

Ma temeva la dea d’una sua congiura

nel consiglio di corte che poteva persuadere

Zeus a liberarlo dalla sciagura.

 

Paride che d’Afrodite era il protetto,

capì il fine dell’ostile Era

di lascarlo isolato e senza un tetto.

 

Tuttavia fu deciso dagli dei, che Paride,

conquistasse la bella Elena

con serio sentimento e non con frode.

 

Tritone aveva già decorato il suo regno,

con rivestimenti d’oro, tal che ognuno

che entrava lo elogiava d’essere degno. 

 

Così, egli, cominciò a turbar la vela

in modo  che cambiasse rotta

e con impetuoso vento, affondarla.

 

Fu a mezzodì quando il giorno splende,

il dio sprigionò un uragano

che presto la nave fu in balia delle onde.

 

Mentre la tempesta, nel ciel tuonava, 

i due amanti temettero,

così pur la ciurma, che supplicava.

 

Per lor colpa, inveì l’ira del dio,

che i marinai pensarono di buttare a mare

gli amanti, cercando di placar l’acceso fio.

 

Ma si trovarono contro la favorita,

che Zeus era pronto a liberarla

e punire chi l’avrebbe sol ferita.

 

Allor si finsero loro amici

proponendo a Elena, che a Zeus pregasse,

per far calmare il mare e non essere più critici.

 

 

Elena inneggia Zeus

 

Oh! padre Zeus, che infondesti probo

il tuo amore! Così aprì Elena il dire:

quando Tindaro acclamò il mio

nascere come evento di divina progenie,

onorando la tua scelta come favore eterno,

si compiacque che donasti me, bellezza

che nessuna donna osò mai il dire

di oltrepassar l’indole mia medesima né la grazia

ilare che tu donasti e fosti benigno

con sincero amore verso mia madre Leda.

Ora, a te vengo nella stretta della mia natura,

tormentata alquanto dal peril che strapparmi vuol

da questo mondo che, se pur m’accolse gaio, non desiste di starmi contro. Con la mia nascita, in quel momento, facesti grazia alla terra con

la mia presenza, lasciando benignamente

la tua impronta.

Immediato aiuto chiedo, che volgi a pietà

il volto tuo verso la mia sciagura che ne facci

rivendico il momento in mio favore contro chi

sta anelando misfotuna ai futuri giorni della

ornata vita mia d’avventura. Il chiamarti padre

mi fa sentire diva che onore chiede del tuo

intervento, ma di indole mortale sono, che nulla

io possa reclamare o d’avanzar pretesa.

Così attendo con mistica speranza che tu

venga in mia difesa e mi ristori dall’avversità

che mi divora.

 

A quella supplica, Zeus si mosse

e attuò in segreto un piano ordinando

subito, che Elena liberata fosse.

 

All’alba, quando Triton emerse

per ammirare la bella Elena,

capì che per voler di Zeus, la perse.

 

La navicella fuor dal tribolato luogo,

spinta fu al largo, e il suo navigar,

fu presto fuori dal maldestro piego.  

 

Ma Tritone, verso il sud, spingeva il vento,

mentre la ciurma si sforzava invano,

che il navigare, in poco tempo, divenne lento.

 

Ma lo scopo di libertà, ora gustato,

confaceva gli animi a gioire,

per aver scampato dal dio beffato. 

 

Pian piano si avvicinavano alle coste,

ch’eran d’Egitto, ed altri odissee

si preparavano per loro, esser non fauste.

 

Ad accettar la sorte s’eran preparati,

gli scampati dalla furia del mare,

che cercavano riposo in luoghi riparati.

 

Canto 3

In mezzo al mare

 

Il naviglio sballottato tra le onde

s’arenò nelle coste dell’Egitto

ove chiazze di laguna eran fonde.

 

Accresciute dall’affluir del Nilo

eran folte di vegetazione di papiro

simili alla flora dei giardini d’Ilo.

 

Appena si destarono dal sonno

s’accorsero d’essere approdati in Egitto,

presso ad un luogo sacro, di palme adorno.

 

V’era un sacerdote che vigilava un tempio

e incedendo curvi per non dar sospetto, 

in lui s’imbatterono per domandar rifugio.

 

 

“Elena s’accorse che ad Afrodite, concesso

fu quel tempio, e nell’ammirar fu stupita 

per i colonnati eolici, dipinti dal pittore Nesso,

 

chiese al religioso se mai gli Egizi

vollero rimuoverlo e sostituirlo con Ammon

a cui volevan fare i loro uffizi.

 

Di Menfi vennero fino a quel luogo

dicendo ch’era “d’Afrodite la Straniera”

e dicevano di distruggerlo con un rogo.

 

Ma Proteo che l’associava ad Elena,

non volle, per il suo ricordo intenso,

che di lei invaghitosi, restò poi in pena.

 

Il prete che sapeva, della su fuga

e della dimora in Egitto, le chiese

da quanto tempo con Paride, fosse in lega,

 

e sapere del tesoro che Menelao diceva,

d’esser stato beffeggiato

da un amico lestofante ch’egli aveva.

 

Ma loro, con un cenno di non saper,

resero vana la domanda, chiarendo 

di non saper nulla di quel gener.

 

Ma il sacerdote sospettò del lor parlare

e di nascosto fece chiamare Thoni

ch’era negli avamposti a sorvegliare.

 

Nel frattempo li portò nel vicino tempio

ch’era dedicato ad Heracle, in onore

delle sue gesta eroiche e del suo scempio.

 

Nella zona, or Canopicochiamata,

si raccontava che quando un reo veniva

a rifugiarsi dentro il tempio in serata.

 

e s’aggrappava all’altare dando voto

al protettore che nessun delitto avrebbe fatto,

se il dio lo avesse pur salvato.

A questa storia, i marinai fecero pensiero,

se fosse stato idoneo rapportare il vero,

per quel che disse Paride e farlo prigioniero.

 

Il loro decisione fu di denunciar l’amante,

prender Elena e col naviglio fuggir via

da quel luogo, lasciando, il forzier vacante

 

Alla sera, essendo ospiti nel tempio,

afferrarono l’offerta, che servì lor da cibo,

considerata da tutti, empietà e scempio.

 

Il sacerdote fu costretto ad elargir favori

aspettando il venir del condottiero

che già dalla guarnigion ebbe sentori.

 

All’alba il messo arrivò insieme a Thoni

per investigar sull’abusivo sbarco

e sentire la loro storia e le lor ragioni.

 

Per chiarire chi fossero e conceder condoni,

il primo a rispondere fu Paride

alle domande fattagli, s’erano predoni.

 

Cominciò il dire, ch’erano scampati,

da un attacco al largo dell’Ionio, da una nave d’Agron, che pensava fossimo pirati.

 

Gli Ilirici s’erano verso di noi avvicinati

quando una nave di pirati venne alle loro spalle,

ma mentre si avvicinarono, furon affondati.

 

I pirati Fenici, in fuga dalle nave d’Argon,

nuotarono verso di noi, mentre gli Ilirici,

lasciandoli, si diressero verso il largo.

 

Così accolsi i naufraghi sconfitti,

offrendo loro di remare per la mia nave,

in cambio del male che ne furono sottratti.

 

Dopo giorni di navigare in acque chete

un improvviso uragano innalzò le onde

che il vento ci spinse come pesci nella rete.

 

Ci portò fin qui nella sabbiata spiaggia,

piena di paludi, ove il Nilo s’arresta

e poco fronteggia il mar, tosto indietreggia.

 

Senza speme di ripartire, ne di trovar dimora

approdammo alla ricerca di un luogo

che ci avesse accolto in quell’ora.

 

Così, nell’entro terra entrammo            

alla ricerca di chi poteva offrirci aiuto,

dopo che dal quel turbine, scampati fummo. 

 

Riparar le falle decidemmo, e le divelte vele

per poi proseguir e andare tra la mia gente

per fa conoscere Elena, d’animo gentile.

 

Thoni sospettando che il suo dir non fosse vero

interrogò i marinai, che presero ad accusarlo,

dicendo, che fu lui a derubare il tesoro.

 

E che Paride, ingannando l’amico,

gli portò via la moglie, e lei s’adoperò 

nel tradir lo sposo, lasciandolo mendico.

 

Elena e Paride si guardarono negli occhi,

e intendendo che le accuse eran gravi,

si videro chiusi in un labirinto senza sblocchi.

 

Allor, Elena si trasse ch’era in riga,

per far capire il suo dissenso e poter

scaricare su lui, la colpa della fuga.

 

A ciò Thoni decise di portarli in corte

per essere giudicati come spie

e far cadere su di loro, la pena della sorte

 

Notificato il dispaccio in corte,

Thoni li condusse da Proteo, ch’era in Menfi,

per trarre la verità delle cose, che furono contorte.

 

 

Elena nella corte di Proteo

 

In presenza al re Proteo, dio delle foche,

che al surger del mattino emergi dal mare

come un onda che in alba al sole e si spiega

rispecchiando i raggi nell’intorno, da far apparir

luminoso il giorno, io m’accingo a dir cosa

mi portò in questa intrepida avventura che

nell’intimo mio s’è avvezzata da farmi lasciar

la mia dimora ed il mio sposo, fedele nel suo

amore, ch’altrettanto io ripagai con desiderio

innato. Or mi trovo nel muovermi

in vicende d’amore alla ricerca dell’uomo che

m’avrebbe fatto conoscer le porte del destino.

Così, non per mia solerzia volli andar con Paride,

ma spinta da un voler divino, trascesi lo stato

mio di moglie per accettare, mio malgrado, quello

d’una amante che, inavveduta, segue l’istinto.

Non so spiegarti il modo né come io sentii il

desiderio d’accettare, persino, di rubare il tesoro

di Menelao e fuggire con lo straniero, mentre

or mi trovo davanti a te, re Proteo, che giudicar

mi devi dell’agire che per me è come un sogno

scadutomi dal cielo, trovandomi in questo luogo

misterioso lontano dalla mia gente.

 

Proteo, nell’ascoltare, vide gli occhi di Elena

che richiamavano il loro antico incontro,

quando insieme facevan gran scena.

 

Ad avvezzarsi ad amorosi approcci,

mentre lui pian si ritraeva

per non esser vittima dei suoi lacci.

 

Ma i discorsi, con lusinga da lei profusi

e il suo profumo che invadeva grave,

avveniva che suoi pensieri, n’erano confusi.

 

 

Per molte volte egli cercò nei sogni,

di viver quei momenti che lasciavano

al suo cuor profondi segni.

 

 

Ed or che quel desiderio era assopito

ed il desiderio disatteso, davanti a lui

gli apparve come se mai l’avesse amato.

 

Ma anche se  il suo cuor batteva umano

egli sentiva che il suo sguardo gli rafforzava

il desiderio d’averla in brevi mano.

 

Così i due intesero di far convito,   

lasciando Paride da meschino

per quel giudizio da lui pronunciato.

 

Paride risponde a thoni

 

Sono Paride, figlio di Priamo re di Troia.

Il mio desir non fu mai di intraprendere

avventure, né di lasciar la mia gente, che

degno rispetto godo e fama oltre i confini

e accolto bene son da ognuno. Fu

che un giorno, in giovanile età, mentre stavo

con Cassandra, mia sorella, fuori dalle mura

a controllar le difese, lei mi predisse che

sarei stato portatore di sventure a chi s’avesse

a me legato. Non credetti alle sue parole,

Io gioivo i giorni che accompagnavano

le missioni che il padre mio mi dava

e le escursioni che facevo in caccia.

Così, ero sotto un albero di cedro, quando mi

comparve Afrodite che si allietò nel

vedermi e m’ammirò. Così mi disse

che aveva un incarico da darmi che

m’avrebbe cambiato il vivere se avessi

conquistato la donna da lei scelta, Elena,

mi sarebbe stata  moglie di bellezza rara.

Nulla io progettai di rubar il tesoro, né la donna

del mio amico Menelao, che conobbi al mercato

d’Argo, né io conoscevo Elena sua moglie, ma

nell’incontrarla un mistico sentimento mi invase,

che non fu controllato dal debole mio cuore, c

he come se ci conoscevamo uniti fummo dal

divino ardore.

    

A questo dire i marinai presero parola

e dissero che il suo scopo era quello

di rapir la donna col tesoro e farla franca.

 

Lo sentimmo bisbigliare dopo il pasto

che parlava con Elena del tesor di Menelao,

ma noi disse, di averlo solo visto,

 

Partiti che furono per Troia

per volere degli dei, furono, poi,

inseguiti da Menelao in ogni via.

   

Proteo, che conosceva l’Atride,

non credette al dir di Paride, ma

piuttosto, non gli pose fede.

 

Dopo che nelle camere s’era ritirato,

ne uscì con il seguito della corte

e lesse il verdetto all’imputato.

 

Proteo accusa Paride

 

Se, i tuoi marinai non avessero preso parola

di contrastare con giustificata accusa e di

aver sentito con le proprie orecchi il tuo dire,

mostrando che la loro testimonianza non ha

il sapore di vendetta contro la tua temerarietà,

io ti offrirei occasione di dimostrami altre

prove, ma or che ho visto che il lor dire

corrisponde all’accusa datoti, pronuncio

sentenza contro di te come reo.

Nell’anno che io, Proteo inaugurai i riti

alla dea Athena per placare il suo odio

contro mio padre Poseidone, nel giorno che

la luna oscurò parte d’Egitto e l’isola di

Faro, ove io stesso mi distendo per mirar le

costellazioni favorevoli agli dei, miei

consimili, emano questo decreto contro te,

Paride, nemico che invase le coste del mio

regno e portatore di illecito tesoro.  

Avendo, tu rubato dell’amico mio Menelao,

che un giorno io predissi per lui

il futuro, dichiaro te o Paride sentenza

di condanna, ma per indulgenza che mi viene

offerta dalla stessa Elena ti scamperò

 dalla morte e tramuto la condanna nell’obbligo

di dipartire entro tre giorni da queste coste, solo

senza bottino e senza la donna che con te porti,

né i marinai che qui troveranno asilo.

Se al quarto dì ti troveranno, sarai,

senza ritegno, ucciso come spia, senza giudizio ne difesa alcuna.

Di te sarà cancellata memoria,

come se mai sia avvenuto questo incontro

e proclamata questa sentenza, che essa sarà oggi stesso

negli archivi sepolta e mai cercata.

Per questo, tengo Elena e  il tesoro che

ingiustamente hai rubato e aspetterò di Menelao

il suo venir, che si prenda la moglie

e il suo tesoro.

Di ciò si faccia fede agli anziani e ai dotti della

Legge, che a Menfi è custodita Elena, la qual è

libera ed onorata nella corte e nei luoghi

ove alloggia ed ospitata. 

Così è stato sentenziato e così sia scritto.

Proteo, dio e figlio di Poseidone, dio del mare. 

 

 

Canto 4

 

Paride lascia l’Egitto

 

Si mosse Paride, senza alcuno aiuto

e con fatica riassettò la nave per partire,

mentre Elena, s’accostava al re or, gradito. 

 

Dopo tre giorni fu pronto per salpare

per andare vagabondo in mete che    

non gli permettevano di tornare.

 

Elena, lo salutò con segno d’abbandono,

e tutt’intorno vi fu silenzio, mentre

il suo cuor, forte batteva,  senza freno.  

 

Non sapeva, Paride, se quello fosse un sogno

o una decisione inaspettata degli dei

o di un castigo per non esser stato degno.

 

Già vedeva a lontananza dalle arpie

che gironzolavano ed erano guardinghe

da far supporre ch’erano delle spie,

Erano le arpie, nate per uno fine vuoto,

da un amor balordo e proibito,

da un incesto avuto tra Forco e Ceto.

 

Così, furono mutate in mostri alati,

beccando i corpi dei marinai che stolti,

si fossero nei mari avventurati.

 

Col vento di poppa, egli si trovò al largo

tra lo spasimo e l’ignoto e il suo vagar

mentre vide l’avvicinarsi di due imago.

 

 Eurilo ed Adilo nel naviglio s’erano infiltrati

lasciando i lor compagni, per seguir Paride,

dato che, dagli altri furono isolati.

 

Si presentarono con animo servile

e col desiderio di ritornare in Jarbha.

Così, l’Ecubo li accolse e fu con lor gentile.

 

Erano esperti e conoscevano i mari,

si orientavano con le stelle, 

ma di più, eran bravi a trafugar denari.

 

Bisogno aveva di loro, il fuggitivo,

che tesoro fece dei lor consigli,

puntando a Gabes, golfo ben attivo.

 

Vicin v’era l’isola dei Lotofagi, loro terra,

la quale, di spezie con i vicini trafficava.

e per costume, non preferivano la guerra.

 

Dopo un giorno di navigare,

improvvisamente apparirono le arpie,

in nuvolo denso, per loro danneggiare

 

Il loro orrendo strepito infuse lor terrore

che immobili si buttarono lungo il ponte

per non guardar il lor volto di orrore.

 

Con veloce e aggressivo volteggiare

s’insinuarono tra le vele e con gli artigli 

li colpirono e con il loro beccheggiare.

 

Paride e i sui non riuscirono ad affrontarle

e le ferite riportate furon gravi

che per coprir il volto non badarono alle spalle.

 

Egli prese della pece, in un attimo di tregua,

la collocò in un catino e fece fuoco

alimentandola con zolfo e legna.

 

Le arpie riprovarono ad affrontarli,

ma furono disturbati dal propagar del fumo

che salendo li minacciava d’affocarli.

 

Tentarono invano per reagire,

ma sbattevano in ogni lato del veliero

così, in poco, dovettero fuggire.

 

Per le ferite, i lor lamenti fecero eco,

e  nel muoversi nel ponte

il loro sguardo, sembrò esser cieco.

 

Dopo ch’ebbero sanate le ferite

decisero di partire verso il golfo, pensando

a quelle ore, come se furono sognate.

 

Dopo, con sospetto guardavano le vie

scrutando in cielo col timore che

all’improvviso arrivassero le arpie. 

 

La direzione fu verso la terra dei Berberi

ch’ebbe in potestà Didone, la figlia di Muttone

re di Tiro, insieme a tutti i suoi denari.

 

 

Didone parla del suo passato

 

Al fatidico destin che mi rese sola, e a quel

ricordo, non resto muta, quando l’astioso

Pigmalione, mio fratello, per la sua innata bellezza

ebbe del mio sposo Sicheo, immotivata gelosia,

poiché ritenne esser suo rivale nell’aspetto, e così non negò di colpirlo,

e mentre stava inarcando l’arco per colpir la preda,

diresse il dardo verso il petto del mio amato.

Grande fu il dolore che sconvolse la vita mia

che stava aleggiando come colomba

verso i sentimenti mistici delle alture dell’Olimpo,

mentre l’efficacia di quel dardo

mi stroncò il destino, lasciandomi vedova e ertana 

moglie innamorata del mio sposo Sicheo. 

Il mio continuo pregare agli dei, mi

conforta, ma non mi ridona l’uomo ch’amai, né

i giorni avvenire mi ricolmano la speranza

di rivederlo tra le mie braccia.

Così ha deciso d’abitar questa terra che mi fu data, e

 voto offrire alla mia castità per dar amore al popolo che m’accolse.

In Tunisia  

  

Qui in Libia trovai asilo dai Berberi, popolo

umile, coltivator della terra, che nel vedermi

provenir da Tiro e che Pigmalione m’esiliò

dal suo reame, mi fè regina con tanti onori.

Ed or mi dedico a Sicheo, a sognar la vita

mistica, in compagnia del suo ricordo.

Non con altri desidero il mio vivere, né l’amor

che m’offrano mi distoglie il rimembrar di lui.

Il sognar prese possesso nella mia visone

dell’estasi e del sentimento puro, che mi legano

alquanto a quel che resta del futuro,  di

ritrovalo gaio per il mio fedel sperare, e per

il costante amore che dissemino tra questa gente,

e in suo onore, mi prodigo di intervenire causa  

di un lor viver migliore.

E per ricompensa al lor generoso cuore,

ho deciso di fondare Cartagine, città nuova, c

he si protende tra due Baie, ove un canal li unisce

sotto lo sguardo d’un colle che accoglie,

il primo d’ogni mese, il dio Apollo.

Nella città ergerò un tempio dedicato

ad Afrodite per le difese e le premure che mi fè,

quando nel progettar la fuga da Pigmalione,

saputo egli aveva che io rivendicar

volevo l’offesa con altrettanto impeto,

contro di lui.  La dea, però, mi spinse,

dopo l’esilio da me declamato,

di non tornare indietro, per non trovar la  morte.

 

 

Canto5

 

Elena nella corte di Proteo

 

Intanto, Elena, s’allietava col favor di Proteo

e  il giorno pria ch’egli ritornava 

da guidar le foche nell’oceano,

 

con le ancelle che le facean corte, 

andò verso il Faro ove egli soleva

riemergere, standosene da parte.

 

Le foche che a branco circolavano,

li guidava verso le colonne d’Ercole

ove alla corrente il lor resistere era vano.

 

In un angolo di prato verdeggiante

mentre ristorava il suo corpo, la bella Elena,

non s’accorse di un pastore vegliante,

 

che mentre si avvicinava si riempiva gli occhi,

con un strano portamento d’una persona

che portava ai piedi ali pien di fiocchi.

 

Era Hermes, il messaggero,

che le portava nuove di Menelao, 

che la cercava, ogni dove, con il suo veliero. 

 

Di ritrovarla, s’era imposto, ad ogni costo

e rivendicare l’offesa del troiano che s’era

presentato con inganno e bell’aspetto.

 

Elena fu grata di quel che le fu detto,

poi gli chiese se gli dei avessero in serbo

di cambiarle il corso del suo fato.

 

Hermes predice a Elena di Menelao

 

Ancor, con Paride il tuo cammino

non è completo ed il fin verrà quando 

il fato a te sorride e ti muterà la vita

lasciandoti intraprender il viaggio che

ti porterà in Ilio. Diversi sentimenti

ti conquisteranno, ma il desiderio  di averti

non cesserà in Menelao, che intrepido

ingaggerà rivolta di tutta la nazione contro

il vil amante che osò a lui strapparti.

Disquisiscono gli dei per la tua immunità,

ma non tutti son d’accordo, tal che Zeus

in segreto ti manda il dir di perseverare

in questo stato di speranza, senza

imminente visione di libertà, ma perduri

e non rallentare di invocar gli dei per

proteggerti dalle insidie che vengono d’altrui.

Stai accanto a Proteo che non produce intento

di averti ad ogni costo, ma solo di ammirarti e di

proteggere il tuo futuro, suggerendoti le vie

per raggiungere il tuo fine.

 

Così, Herms, dopo aver parlato andò.

In quel frattempo, Elena, vide a distanza

Proto che avvicinandosi la elogiò. 

 

Proteo ricorda il passato con Elena

 

Già sulla crespa dell’onda ti vedevo

come ondulante tra le fronde, e il sole

rispecchiarsi sul tuo volto coronato di fiori

dava il segno al mio cuore che oggi

t’avrei incontrato e ammirar la tua bellezza

e il tuo frivolo ondeggiare aulente

dei tuoi capelli. Creatura sei scaturita dal

meglio gioir del dio, che volle improntare

l’abile sua magnificenza in te col modellare

il volto tuo con fiori dell’Olimpo e resina

d’Oriente.  Il tuo sorriso amabile, gioisce

la luce del sole quando rispecchia al mattino

e riscalda la brina. Elena, bellezza agreste, attrai

e dai frenesia agli uomini di soffrir di

sentimenti arcani. Inondi i cuori degli innamorati,

che non possono averti. Io ch’ebbi il tempo di

conoscere la tua indole di giovanile impronta,

quando venisti in questa terra e per vedere me

e saper del tuo destino, allor mi infondesti

il tuo gior di bellezza nella vita mia, ch’altro

non volli. Se il buon senso non mi avesse

liberato dalla coltre di profumo di Cipria

che incontrollato mi nebulava gli occhi,

mi sarei mosso al desiderio d’averti

incondizionatamente.   Or che anni son

passati, l’antico ardore, scemato alquanto,

mi ritrae dal tentare l’imprudente approccio

che detrimento mi arrecherebbe se non l’odio

degli dei, miei simili, dell’Olimpo abitator

 

Elena risponde al passato di Proteo

 

Se il tuo desiderio di avermi e il sentire

del mio cuore d’essere accaldato dal tuo,

 incontrarono le difficoltà del fato che  non permisero

che in noi nascesse amore, or sento, anch’io,

un ribollire di pretesa contro quel sincolar destino

inflittomi dall’alto, che non mi permise libera scelta,

d’essere costante nell’amare, sebbene

Menelao resta pur l’unico, da cui non possa fuggire

ed essergli consorte. Per volere degli dei,

vedo che il peregrinare non mi giova,

ma piuttosto a fortificare il futuro incontro

con l’uomo di cui son moglie,

malgrado sono perdutamente amante del troiano,

 venuto a sconvolgermi lo stato del mio vivere. 

Non altra alternativa io vedo, per aggirar la fine,

ne il fuggir, mi nasconde dal vezzo d’essere amante

di qualcuno e mi sento misera

più che bella e solinga più che desiderata.

Proteo, tu mi rivelasti ciò che mi perdura ancora,

pesante nel viver mio e mi distoglie dall’essere

stimata. Quasi al pensar, mi pento d’aver saputo

quello che non avrei dovuto. Or capisco il tuo

restio atteggiare, quando ti chiesi di conoscere il mio fato,

che mi deluse al saperlo amaro.

Non so come fuggir dai mie giorni e

dall’incanto che m’attrae non poco,

senza cedermi momento di ripresa, ne

il resister m’è convenevole ne il ribellarmi

mi produce utile guadagno Quindi ho deciso 

di assuefarmi al vento che mi trasporta

in luoghi predisposti dal futuro, che man mano

si manifesta in me come ricompensa di ripagare

un debito che non conosco.

 

Canto 6

 

Paride nell’isola dei Lotofagi

 

Paride ed i suoi, saliti in una giunca

sembrò ch’abbiano avvistato l’isola, 

mentre il vento li spingeva a manca.

 

Inumiditi dalla fredda brezza,

decisero di buttar l’ancora, mentre

un marinaio si premurò a buttar la rezza.

 

Così pensarono di prender cibo

prima d’incontrare gli abitanti

ed essere accettati, di buon garbo.

 

Appena sbarcati, Eurilo ed Adilo

saputo di Paride, il troiano, subito

vollero dargli un degno asilo.

 

Paride racconta ai Maclei

 

La penisola che si estende davanti a noi

si addentra e forma un golfo come se

si ritrasse dal mar per non soccombere.

Gindane, è il suo nome, e ospita i Lotofagi,

tribù che da antico tempo si nutrono di loto,

frutto del luogo che trarranno un vino offerto

al dio Tritone. Vicino a loro, v’erano i Maclei

che usavano tal sistema.

Separati da un fiume, il lor destino era d’essere

e vivere insieme ai gindani,

di fronte alla misteriosa isola di Phla.

Lì è l’oracolo che fu esternato,

che un dì vi sarebbe stata invasione dei

Lacedemoni, ove lo stesso Jasone si arenò,

e avvenne che egli possedendo, il tripode

del dio Tritone, per accordo lo ridiede per   

essere liberato dalla palude.

Così Jasone, pose il tripode di bronzo di Tritone al posto suo.

Accanto v’era la tribù dei Maclei e quella degli Ausi.

Ogni anno davan onori ad Atena,

nella qual cerimonia due gruppi di ragazze

si fronteggiavano con bastoni e pietre attaccate in corpo.

Quel rito era per onorare la dea come la

nostra in Grecia. Prima di incominciare

la lotta, vestivano la più bella delle guerriere

con vestiario greco, con elmo corinzio.

Come sapevano dell’armatura greca è un mistero. 

Lor dicevan che Atena era figlia di Poseidone,

il quale la diede a Zeus in adozione, questo disse Paride,

con l’aiuto di Eurilo ed Adilo.

Così sbarcarono gli arditi navigatori,

mentre a suon di tamburo, furono accolti come vincitori.

 

Appena i Maclei s’erano avvicinati

riconobbero Eurìlo essere di loro

e lo abbracciarono come forsennati.

 

Ma quando videro Paride, si soffermarono,

il suo divino aspetto li sconvolse,

e come a un re, tutti s’inchinarono. 

 

Eurìlo, ch’era un Macleo

gli chiese di presentarsi

e dire lor che non era un dio.

 

Continua……….

 

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