Rettangolo con angoli arrotondati:

Elena rapita

Poema” di Giuseppe Drago

ELENA RAPITA

             Secondo il mito, le origini della guerra di Troia nacquero per la disputa sorta, del cosiddetto "pomo della discordia"; una mela d'oro con la scritta "Alla più bella" che fu lanciata da Eris, dea della discordia, fra i convitati al matrimonio del re dei mirmidoni, Peleo, con la ninfa Teti. Le tre dee Era, Atena e Afrodite affidarono a Paride, figlio del re di Troia, il compito di offrire il frutto alla più bella delle tre dee. Paride, per accattivarsi il favore di Afrodite al progetto di rapire Elena, decise di consegnarla a lei.  Elena, era la moglie di Menelao, re di Sparta. 

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Canto 1

Nell’Olimpo

Ed ancor di tregua, Hera, parlar non volle,

mentre Zeus al sovvenir di Io,

vampar non poco gli facea la pelle.

 

A divagar dai dubbi ch’eran sorti,

a Teti, Zeus volse arbitrio,

approssimando i giorni dei suoi voti. 

 

Decise, che la ninfa si unisse con Peleo, 

mentre il dio dell’altrui amar

s’avrebbe consolato per la perduta Io.

 

Tre dee, invitate furono alle nozze,

nel qual tempo, alcune nereidi a circo

davan lode a Teti di Peleo, nelle piazze.   

 

Eris, dea della discordia, folle d’ira,  

fè tumulto lanciando una mela,

rivolta alla dea di bellezza rara. 

 

Se per la più bella il dono fu offerto,

Paride, nella scelta, favorì Afrodite,

per rapir Elena senza alcun sospetto.

 

Menelao l’amava più della sua vita,

e sostava a lungo ad ammirarla,

senza mai perderla di vista.

 

Alla movenza dei suoi passi

ognuno, attonito restava,

tal da non porre gli occhi bassi.

 

Elena era bella, come la spuma del mare,

come il fiore più bello che sta a sbocciare

come l’uomo solo può sognare.

 

Ma in lei, la vanità, bussò nel cuore,

era il suo fascinoso aspetto, che esigeva,

di rievocare i suoi giorni di furore.

 

Dal ricordo di Teseo non cedea la data,        

e del falso detto a Castore e Polluce,

si sentiva ferita d’esser stata liberata.

 

Hermes, le apparve, messagger dei cieli

recandole la nova di fuggir con Paride,

uomo d’oriente, d’origine reali.

 

Elena, ora, invasa da un altro amor folle

accelerò il tempo della sua avventura,

mentre l’erano favorevole le stelle.

 

Menelao, appena la incontrò in giardino,

lei cedette alle di lui lusinghe,

mentre si esponeva, ad Hermes il divino.

 

Hermes, vigile, per essere sincero,

a quello che a Zeus riportar dovea,

con passione, verificava che tutto fosse veritiero.

 

Menelao, Menelao! Lei diceva con ardore,

mentre col pensiero, perpetrava di fuggire

con il principe di Troia, il seduttore.

 

Poiché l’infatuato non pensava al regno,

gli Spartani eran preoccupati  

per suo atteggiar senza impegno.

 

Menelao, conoscendo il suo destino,

non lasciava Elena andar lontano,

poiché se la perdeva, il soffrir l’era vicino.

 

Un dì, in Egitto incontrò Proteo

mentre il dio parlava con le foche

nell’acque dell’Egeo.

 

L’Atride s’era a lui avvicinato,

domandandogli del suo futuro,

e seppe che presto sarebbe stato desolato.

 

Proteo, non voleva dargli profezia,

ma Menelao insistette, così tanto,

che alla fine fu pieno di mestizia.   

 

Poi di Poseidone il figlio, per il duolo

s’immerse nelle acque con le foche,

mentre Menelao, deluso restò solo.  

 

A Menfi, ad ovest del Nilo v’era un tempio.

D’Elena fu stimato d’essere, ma era d’Afrodite,

per cui gli Egizi, dicevan ch’era scempio.

 

E poiché d’Osiris usurpava il loco,

gli Egizi, pensarono d’abbatterlo

e purificar la zona con il fuoco.

 

 

Ad Elena, un tempo, piacque frequentare Fero,

Spesso si tuffavan nei meandri corallini

e tra i cavernosi luoghi di mistero.

 

Uscendo, andavano alla corte lì vicino,

ove Proteo disponeva ordini al suo governo,

mentre lei sorseggiava da una coppa, il suo vino.

 

Ma Elena sapeva della virtù del dio

e presto volle saper del proprio destino,

dopo avere lusingato il re, detto il pio.

 

Proteo predice a Elena

Proteo così le disse: “In te contrasto regna,

e nei flussi del tuo sangue smania 

il desiderio ch’altri ne pregna.

 

Elena, gli chiese che fosse più chiaro

a spiegarle le vicende del  futuro,

e se il suo amor, fosse amaro.

 

Amaro replico, sarà per colui che cede

all’agreste incontro che gli invadi il cuore,

quando gli contagi la virtude ch’altro non vede.

 

Poiché, nata sei da un guscio, il non capire

l’amor cosa procura, ignaro il tuo cuor

cagiona altrui, le pene del soffrire.

 

Il sentimento che ti muove, muove

l’uomo verso sventura e soccombe

cercando invano di resisterti, alle prove. 

 

Io son saggio, perché so il futuro,

ma nelle tue brame sarei caduto,

per questo mi sottraggo e di te non mi curo.

 

Tu sei bella quanto più è rovina

e all’uomo che s’avvicina, gli poni

la stringa al cuore, c’altro non pena.

 

Non puoi fermare il tuo impeto,

perché esso si ristora nello struggere

l’infatuato cicisbeo, che t’ama senza veto.

 

Implora Zeus! Non per la tua beltà,

ma per l’amara angoscia che procuri altrui,

come se fossi una vivente calamità.

 

Ma dell’amor d’Elena, Proteo non era ignaro,

la conobbe quando lei aveva sedici anni,

poi lei tornò in Sparta ove stette col suo caro.

 

Elena ritorna da Tindaro

 

Dimenticando tutto quello che le fu detto,

nel mar vagò, verso un piccolo naviglio,

ove v’era preda per l’ingordo suo appetito. 

 

A bordo, Elena salì, con le graziose ancelle

per comprare dei monili di Tartasso, ma Igor

il fenicio, nel vederla sentì brivido alla pelle.

 

Subito, le regalò un anello,

ch’ebbe dalla ninfa Egeria, il quale

sentir faceva l’uomo, un giovine pivello.

L’idea di rapir Elena, la considerò stoltizia,

il capitano sapeva della di lei progenie,

così non vantò altro che amicizia.   

 

Navigando, senza molestare Elena,

si diresse verso le coste della Grecia,

or che il vento li spingeva con gran lena.

 

Dopo due giorni, arrivati in Peloponneso,

nella casa di Tindaro, suo padre,

Elena dichiarò di voler Proteo come sposo.

 

Ma alla corte v’era già chi l’amava,

pronto a dare tutto il suo cuore, 

ignaro del destino che lo fronteggiava.

 

Eaco, figlio della ninfa Egina,

più volte tentò di averla in moglie,

ma Elena, preferì d’esser eroina.

 

Da un dio, voleva essere rapita

o da un principe di terrestre regno,

che l’avrebbe divinamente amata.

 

 

Menelao amico di Paride

 

 

Menelao, era amico di Paride, il troiano.

Furon giorni, quando si conobbero

al mercato d’Argo,e si strinsero la mano. 

 

Fecero scambio di certa stoffa tipica,

lui gli diede seta policroma d’Oriente,

e Menelao, un fregio di civiltà Minoica.   

 

Così, appena apparve il naviglio,

la guardia disse ch’era l’Ecubeo,

ed Elena corse, con raggiante piglio.

 

Or, Paride fu accolto per le sue proposte

di nuove strategie di guerra contro Atene,

che spesso era vincente lungo le sue coste. 

 

 Un drappello scortava lo straniero

lungo le schiere a suo onor parate

e la gente  riveriva ogni singolo guerriero.

 

Appena, l’ospite fu arrivato in corte,

fu accolto dall’Atride, che elogiò lui

e i troiani, di cui Paride fè parte.

 

A primo istante s’invaghì di Elena,

e cercò d’avvicinarsi, quando

tra i commensali iniziò la cena.

 

Gli apparve come al cadenzar d’un ninfa,

che subito incantato fu da un suo cenno,

che gli fè il sangue tramutare in linfa.

 

Al forestiero, poi, la sua mano diede,

e dopo,  affabile, seduta accanto a Menelao,

gli confermò la sua dissoluta fede.

 

Infatuato, l’Ecubeo, solo lei mirava,

era pronto a progettar la fuga

tradendo l’amico che ignaro l’ospitava.

 

Cercarono da soli di poter parlare,

ma Menelao andava intorno,

e non ebbero modo di poterlo fare.

 

Fu durante la notte ch’Elena lo incontrò,

ed egli approvato il suo piano, 

abile nella stanza del tesoro s’inoltrò.

 

Drogato dal vino, mentre Menelao dormiva,

nel silenzio s’impossessarono dell’oro,

e lo misero al sicuro, fino all’alba che veniva. 

 

Una biga e due cavalli lei stessa preparò,

con un manto coprì il suo volto,

e la fuggitiva, il cuor di Menelao separò.

 

Verso il naviglio, per la via antica,

fuggirono i  due birbanti,

diventati amanti, in men che si dica.

 

In poco tempo furono alla costa,

ove si prepararono a salpare,

gli autori di furfanti gesta.

 

Paride, celermente spiegò le vele

ed Elena col timone puntò al largo,

lasciando Sparta con tutta la sua prole.

 

Menelao si sveglia

 

Il giorno dopo, quando Menelao, si svegliò,

la moglie non era più al suo fianco,

né il tesoro che la gagliarda gli rubò.

 

Vendetta! Gridò il re tiranno,

all’infedele moglie e al suo amante,

e guerra or sarà, contro il traditor troiano.

 

Che infausto giorno nella vita m’è scaduto

e all’ossequio che ho dato ai numi,

solo tradimento ho ricevuto. 

 

 Già la mia famiglia gravemente fu provata,

da intrighi sanguinosi tra Tieste ed Atreo,

per cui la loro fratellanza non fu mai sanata.

 

Come spartano e prode armigero, 

per dovere d’onore del mio casato

contro sarò di chi con me non fu sincero.

 

L’ora del patir m’avverte il giorno,

per lottare la fallace speranza  

per riaver colei che non farà ritorno. 

 

Ma non sarò, certo, indegno

a lasciare ch’io sia battuto

da chi offese me e il mio regno.

 

Mi scorderò l’amicizia che mi lega,

per combattere colui che mi ferì, 

raggirandomi con l’abbraccio che lusinga.

 

Se nel pellegrinar morir dovrò,

trascinerò Elena con me negl’inferi

e a lato del suo cuore perfido starò.

 

Il sacerdote Ardimeo,ch’era nel tempio,

informato del tragico misfatto,

chiese giustizia ai numi per lo scempio,

 

si prostrò al sacral d’Apollo

in espiazione con una offerta agreste,

per difendere Menelao dal penoso fallo.

 

Diceva: “A Menelao, fu fatta grave ingiuria

e del suo tormento, per certo, gli dei

gli faran favore senza alcun penuria”. 

 

A quel dire, Apollo a propiziar si mosse

per bocca del profeta e disse:

Menelao riavrà ciò che lo stranier gli tolse.

 

 

 

 

Cantoe 2

Elena e Paride nel mar Egeo

 

In breve i due dissoluti furon fuori, 

e nell’aperto mare puntarono il timone,

con il loro amore che disinibiva i loro cuori.

 

Sedotti dall’antico sentimento,

trasfuso da Venere, ne accettarono

disinvolti, l’intrepido cimento.

 

A vele spiegate Paride solcò il mare,

per dirigersi verso Troia,

con un unico desiderio, d’Elena sposare.

 

Ma nel cielo, un nuvolo assai nero

e uno strano vento, li a poco, li condusse

in un turbine d’acque di mistero.

 

Un vorticecon un gran fragore,

portò la nave fuori rotta,

poi giù, nell’imo di quel mare.

 

Tritone, non volle farli andare   

e li trattene con inganno sotto i mari,  

offrendo loro simpatia e bene stare.     

 

Li costrinse ad essere ospiti prigionieri,

nella sua regia d’oro e di corallo,

piena di dovizie e inebrianti piaceri.

 

Li coinvolse ad assistere ai suoi incontri,

ammirare la vita dei sommersi,

allietati da canti di sirene ed altri cori.    

 

Così, occultando il suo scopo,

si innamorava della bella Elena,

offrendole amore, a poco a poco.

 

La sua pelle, era viscida e resistente,

e nulla poteva opporgli ostacolo 

quando emergea col suo tridente.

 

Credette d’essere d’Elena l’amante,

ma lei, non gli diede intesa,

pur se l’Anfitrite insistette in ogn’istante.

 

Passarono mesi rinchiusi nella reggia,

fuori dal tempo e dagli umani,

con la promessa mutatosi in bugia.

 

Ma un giorno, Tritone diede lor giudizio,

dicendo che il sogno era finito

e il loro partire era prossimo e propizio.

 

Sì disposero a lasciar quel favoloso mondo,

coronato di splendido corallo

per ritornare alla realtà del terren fecondo.   

 

Si ritrovarono nel ponte della nave,

e tutto  intorno v’era schiuma bianca,

come cotone, ma era una strana neve.

 

Tutto fu come uno strano sogno,

nel quale si sentirono trasportati

come se andassero in un altro regno.

 

Elena, timorosa abbracciò Alessandro,

avendo capito d’essere stata coinvolta

da quel futuro divenuto vero.   

 

Paride, così, fissato il timone ad oriente

alzò le vele per lasciar quel luogo

e dimenticare per sempre il dio tridente.

 

Ma la nave, presto, sembrò frenata

e l’ondeggiar lento tra le onde,

la rese come se fosse ormeggiata.

 

Mentre Paride assetato, beveva dalle botti,

 vide all’argo dei naufraghi sbandati

e quasi dal vento n’erano sopraffatti.

 

Venivano sballottati dalle onde,   

mentre aggrappati tra i legni fluttuanti,

urlavano aiuto con grida di chi molto spende.   

 

Pietoso era il loro grido,

allorché, Paride con coraggio,

ad uno ad uno, li tirava tutti a bordo. 

 

Erano naufraghi, d’Agron, affondati,

dopo aver saccheggiato una nave illirica

e dall’equipaggio ne furono sconfitti. 

 

D’origine fenicia erano quei pirati,

dopo avere ringraziato Paride, 

gli chiesero d’essere arruolati.

 

Assunti, nell’intrepido viaggio,

conobbero che Elena era figlia di Zeus,

così, la riverirono per il suo divin lignaggio.   

 

Lei, postasi sulla plancia

li obbligò a eseguire gli ordini di Paride,

senza che alcuno del navigar si impiccia.   

 

Soggiogati dalla bellezza e dai timori

si buttarono proni senza piglio   

giurando fedeltà ai lor signori.

 

Con la fiducia che reggeva le lor vite, 

dopo un giorno salparono da Kithira,

ch’era il luogo d’Afrodite.

 

Dal vento, il veliero era spinto,

seguendo l’intrepido destino, mentre

il cuor di Menalo, era infranto.

 

Dopo giorni, la ciurma domandò  

la loro provenienza, ma Paride

simulando, la domanda travisò.

 

Una sera, che con Elena discuteva 

se rivelare il vero per evitare il peggio,

Efisio, capì ciò che temeva.  

 

Egli, resosi conto del segreto 

del rapimento d’Elena da Sparta,

in segreto decise di rubare l’oro.

 

Efisio, seguì le loro mosse,

e nel rimuovere certe vettovaglie,

di nascosto cercò d’afferrar le casse.

 

Paride, certo d’essere scoperto, 

cambiò rotta e pensò

di sbarcarli nel vicino porto. 

 

Tritone ama Elena

 

Tritone, convinto d’essere invaghito

ritentò d’amare Elena, convinto 

di non essere impedito.

 

Le sirene tentarono di impedir la rotta

con vibranti canti e voci mistiche,

che i mortali, decisero di far sosta.

 

Quel coro veniva da un’isola a forcella

che nell’avvicinarsi alla costa frastagliata

per poco gliene distruggeva la navicella.

 

L’anfitrite, con poca pazienza,

uscì dalle acque come un pesce,

ripieno di passione e mistica parvenza.

 

Elena, col fascino che emanava,

incitò Tritone, che con gioia, sollevò

le onde a par di musica e cantava.   

 

Ma un cormorano da Zeus mandato,

gridò al semidio di liberar Paride

da quell’inganno perpetrato.

 

Dal suo rifiuto, dalle api rubò la cera,

e col suo becco coprì le orecchie

dei natanti e li assonnò fino alla sera.

 

Svegliatosi, Paride, dal falso sonno, 

capì che fu lusingato dalle mistiche sirene,

e intrappolato con i suoi con inganno.

 

Dopo aver sturato agli altri le orecchie,

si allontanano da quel luogo,

divenuto, in baleno, pieno di arpie.

 

Spiegate le vele, la rotta fu quella della fuga

scelta da tutti con volontà sicura

che in breve, sparirono dalla quella ruga.

 

Liberi, dalla quella orchestrata tortura, 

incominciarono a proseguire il viaggio

che aprì loro nuove insidie d’avventura.

 

In direzione d’est alzarono la vela,

verso la città di Paride, posta s’un 

promontorio ove nessuno la dola.

 

Ma amara fu la profezia contro Troia,

che per lo destin di Paride, la famiglia,

della vita ne fu spoglia. 

 

Egli dopo nato, doveva essere buttato,

ma sul monte Ida, dei pastori avendo pietà

risparmiarono la vita all’indesiderato.  

 

Paride non si angosciò della profezia,

anzi la osteggiò con diverso corso,

celandosi in una immagine fittizia.

 

Il suo agire del tutto accattivante

lo faceva agli occhi delle donne

un desideroso uomo ed un amante.

 

Tanto era il suo aspetto affascinante

che le dee lo scansarono dai pericoli

e non lo resero perdente.

 

Paride ed Elena, perdutamente amanti,

Afrodite li volle, contro il voler di Iris,

portatrice di messaggi di sfortuna.

 

Il favor d’Afrodite, così fu ripagato,

per il rapimento d’Elena di Menelao,

facendogli trovar l’amore inaspettato.

 

A un intrepido ritorno, Era lo sottopose.

che avrebbe visto la sua gente devastata,

per la guerra che per lui si riprese.

 

Zeus non rispose all’acerba idea,

ma fece un non deciso cenno,

ed Era s’adoperò per essere la rea.

 

D’accordo, si mise con Tritone,

il dio, che tenne gli amanti

con onori, e soavi canti di sirene.

 

Certo Egli voleva essere il castigante

per ripagar all’inganno della fuga

e per assistere, all’ansia dell’amante.

 

L’Anfitrite propose un piano assai duro

quello di farlo naufragare e poi salvare Elena

dall’abisso e metterla al sicuro.

 

Ma temeva la dea d’una sua congiura

nel consiglio di corte che poteva persuadere

Zeus a liberarlo dalla sciagura.

 

Paride che d’Afrodite era il protetto,

capì il fine dell’ostile Era

di lascarlo isolato e senza un tetto.

 

Tuttavia fu deciso dagli dei, che Paride,

conquistasse la bella Elena

con serio sentimento e non con frode.

 

Tritone aveva già decorato il suo regno,

con rivestimenti d’oro, tal che ognuno

che entrava lo elogiava d’essere degno. 

 

Così, egli, cominciò a turbar la vela

in modo  che cambiasse rotta

e con impetuoso vento, affondarla.

 

Fu a mezzodì quando il giorno splende,

il dio sprigionò un uragano

che presto la nave fu in balia delle onde.

 

Mentre la tempesta, nel ciel tuonava, 

i due amanti temettero,

così pur la ciurma, che supplicava.

 

Per lor colpa, inveì l’ira del dio,

che i marinai pensarono di buttare a mare

gli amanti, cercando di placar l’acceso fio.

 

Ma si trovarono contro la favorita,

che Zeus era pronto a liberarla

e punire chi l’avrebbe sol ferita.

 

Allor si finsero loro amici

proponendo a Elena, che a Zeus pregasse,

per far calmare il mare e non essere più critici.

 

Elena inneggia Zeus

 

Oh! padre Zeus, che infondesti probo

il tuo amore! Così aprì Elena il dire:

quando Tindaro acclamò il mio

nascere come evento di divina progenie,

onorando la tua scelta come favore eterno,

si compiacque che donasti me, bellezza

che nessuna donna osò mai il dire

di oltrepassar l’indole mia medesima né la grazia

ilare che tu donasti e fosti benigno

con sincero amore verso mia madre Leda.

Ora, a te vengo nella stretta della mia natura,

tormentata alquanto dal peril che strapparmi vuol

da questo mondo che, se pur m’accolse gaio, non desiste di starmi contro. Con la mia nascita, in quel momento, facesti grazia alla terra con

la mia presenza, lasciando benignamente

la tua impronta.

Immediato aiuto chiedo, che volgi a pietà

il volto tuo verso la mia sciagura che ne facci

rivendico il momento in mio favore contro chi

sta anelando misfotuna ai futuri giorni della

ornata vita mia d’avventura. Il chiamarti padre

mi fa sentire diva che onore chiede del tuo

intervento, ma di indole mortale sono, che nulla

io possa reclamare o d’avanzar pretesa.

Così attendo con mistica speranza che tu

venga in mia difesa e mi ristori dall’avversità

che mi divora.

 

A quella supplica, Zeus si mosse

e attuò in segreto un piano ordinando

subito, che Elena liberata fosse.

 

All’alba, quando Triton emerse

per ammirare la bella Elena,

capì che per voler di Zeus, la perse.

 

La navicella fuor dal tribolato luogo,

spinta fu al largo, e il suo navigar,

fu presto fuori dal maldestro piego.  

 

Ma Tritone, verso il sud, spingeva il vento,

mentre la ciurma si sforzava invano,

che il navigare, in poco tempo, divenne lento.

 

Ma lo scopo di libertà, ora gustato,

confaceva gli animi a gioire,

per aver scampato dal dio beffato. 

 

Pian piano si avvicinavano alle coste,

ch’eran d’Egitto, ed altri odissee

si preparavano per loro, esser non fauste.

 

Ad accettar la sorte s’eran preparati,

gli scampati dalla furia del mare,

che cercavano riposo in luoghi riparati.

 

Continua………..