Le origini del termine "sacro" nella lingua ebraica, greca e latina ci porta il significato di "separato". Caratteristica comune di chi opera a contatto con il divino è quella di essere separato dalla mondanità della comunità. I luoghi di culto sono spesso  appartati o recintati con decoro, gli oggetti sacri non possono essere destinati ad altri usi e funzioni, e chi officia il rito o fa da tramite con il divino (sacerdote o sciamano), vive una vita separata dalla collettività senza avere contatti modani, fin dall'inizio della sua missione. Lo stesso concetto di separazione si ritrova nella coppia puro-impuro, dove l'impuro condivide con il sacro la caratteristica di venire isolato dal contesto sociale e di suscitare una sorta di apprensione; ed essa si oppone in quanto l'impurità preclude il contatto con il divino. Quanto al profano, originariamente, questo termine non possiede il significato che acquisirà nelle religioni moderne di violazione nei confronti del sacro, ma viene connotato proprio dalla sua antitesi con il sacro, rimanendo non necessariamente opposto a esso, ma complementare. Alcuni rituali avrebbero la funzione di creare una sorta di "rottura di livello" e quindi di consentire il passaggio dal piano del sacro a quello del profano. Rientrano in questa categoria tutti i riti di passaggio e di introduzione; uno dei momenti cruciali viene identificato da H. Hubert e Marcel Mauss nel sacrificio, in cui la vittima avrebbe appunto la funzione di tramite tra il sacro ed il profano. (Saggio sulla natura e la funzione del sacrificio, 1897-1899).

Emile Durkheim, nelle Forme elementari della vita religiosa (1912), considera la divisione tra sacro e profano come una delle strutture alla base della percezione della realtà. Allo studio di tutte le forme di opposizione si dedicò anche la scuola strutturalista e in particolare il suo maggior esponente, Claude Lévi-Strauss, che le considerò frutto di una predisposizione a rappresentare la realtà secondo sistemi binari (sacro e profano) e le fece risalire all'antitesi fondamentale tra natura e cultura. Ma questo connubio tra sacro e profano non è da considerarlo possibile, quando un individuo decide di andare per l’uno o l’atro. Se si decide di attenersi al sacro, non si deve dare possibilità che l’altro possa invadere la zona, o meglio dire, se decidiamo di intraprendere una vita santa, non si deve dare adito che posiamo, in nessun modo, essere coinvolti col profano, altrimenti non siamo ne dell’uno ne dell’altro. Il sacro ci porta a parlare di Dio e della sua natura Santa nell’operare per la salvezza dell’uomo.  Se Dio è il fondamento e la sorgente dell'essere, e non semplicemente un altro essere, sia pure quello supremo, Egli esiste nel modo diverso in cui esistono le cose del mondo, compreso l’uomo. Credere in Dio è avere fede nel fondamento base dell'essere, e nella razionalità ultima, quella della bontà della realtà. Il fondamento del credere è rinvenibile nell'esperienza, e ad un'analisi attenta essa continuamente rimanda ad un ulteriore significato, il Sacro, e che poi lo supera pur radicandosi in esso. In questo senso l'esperienza mostra un fondamento che non può esaurirsi al suo interno. L'esperienza si "apre", diventa allusiva, in un continuo gioco del "rivelarsi" e del "nascondersi" del mistero del Sacro che la pervade. Esistono numerose esperienze del Sacro, esperienze mistiche, esperienze morali, relazioni interpersonali, il senso del bello, la ricerca della verità, la coscienza dell’affinità, perfino l'incontro con la sofferenza e la morte. Tutte queste esperienze sono le componenti che reggono la personale convinzione del credere, che porta all’origine dello

scopo di salvezza e del significato della croce, in una spontanea attuazione di parallelismo tra dogma e realtà divina, tra trascendenza di vincoli e di libertà spirituale, di volere e di desiderio di luce. Queste esperienze, sono da considerarsi posizioni limiti, che si fondono con le dimensioni dell’essere, in una suggestione di avvicinamento e di coabitazione con la santità per esperimentare dimensioni trascendentali nobili all’animo e salutari al corpo. La graduale presa di coscienza del fatto che, l'ordine naturale rappresenta un modello dotato di senso, e quindi concepito da una mente superiore, è accompagnata dalla rappresentazione ordinata dell’universo con le sue immutabili leggi, e questa combinazione ci spinge a scoprire l'architettura di questo modello. Ma la consapevolezza di proiettare il nostro pensiero al dà della dimensione spaziale, in cui l’occhio percepisce la superficie e la osserva, non ci da l’imput di considerare l’ampiezza ne l’esistenza delle cose che si proiettano oltre la cortina visiva. Ed è grande, eventualmente, lo sforzo di approfondimento sulle dimensioni non concepibili, che usando la ragione come mezzo di riferimento in rapporto allo status e il mistero, ci troviamo impreparati ed inefficienti a risolvere questioni, che ci lasciano in un vicolo senza uscita ne ci offrono una probabile soluzione.

Così,  il Sacro domina sovrano in una zona intangibile e libera da interferenze umane o da ideologie bizzarre, ove per mezzo delle quali, l’uomo potrebbe squilibrare la immutabile via del segreto trascendentale, con le sue supposizioni tentennanti tra il vero ed il falso, e destabilizzare il concetto puro della sua esistenza. Ma questa lotta inarrestabile ci conduce a tentare ripetutamente nelle occasioni di sospetto  di un permissivo intendimento e ci spinge a ritentare con forza inesauribile ad abbattere il muro che ci separa dall’ignoto e del Sacro, per poter condividere un vivere che rasenti la perfezione ed, eventualmente, l’eternità. Il Sacro quindi resta l’obbiettivo eternamente esposto e nascosto in cui l’uomo si cimenta per scoprirlo, ma anche per affraternarsi l’esistenza, e così soddisfare tutti i dubbi che con agonia lo rendono in sufficiente e disabilitato di fronte alla natura stessa che lo accompagna. L’obiettivo, è quello di sapere per essere uguale, non per lo scopo di conquista o di sfida, ma per la pacatezza del lieto vivere, avendo conosciuto il tutto.

Il profano non ha molta alternativa che esercitarsi nel luogo e nel tempo del mondo reale che lo circonda, e non ha molte pretese, conoscendo le sue possibilità di natura si ritrae e non po’ far che illudere la mente dell’uomo, nello spazio di tempo, di un sabato del villaggio.

Questo dipinto di Tiziano, conservato presso la Galleria Borghese di Roma, nasconde un complesso significato allegorico. Un putto alato, immagine di Eros nella mitologia greca, immerge la mano nell'acqua, simbolo dell'esistenza umana: è l'amore che gioca con il destino dell'uomo. La vasca finemente istoriata che contiene l'acqua ha la forma di un sarcofago marmoreo: un'immagine della conciliazione fra i contrari, in questo caso le idee della morte e della vita. Sui bordi della vasca siedono due figure femminili. La nudità di una delle due donne allude alla purezza spoglia e innocente dell'amore spirituale, mentre le vesti della figura riccamente abbigliata simboleggiano gli orpelli terreni che occultano l'essenza delle creature, suscitando la vanità e la passione voluttuosa. Le due donne assumono dunque le sembianze di due figure opposte e complementari della filosofia neoplatonica: la Venere mondana e la Venere celeste. Il titolo, L'amor sacro e l'amor profano, che sintetizza questa interpretazione, fu attribuito al dipinto, verso la fine del Settecento.

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