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Canto 1 Nell’Olimpo:
Ed ancor di tregua, Hera, parlar non volle, mentre Zeus al sovvenir di Io, vampar non poco gli facea la pelle.
A divagar dai dubbi ch’eran sorti, a Teti, Zeus volse arbitrio, approssimando i giorni dei suoi voti.
Decise, che la ninfa, si unisse con Peleo, mentre il dio, dell’altrui amar s’avrebbe consolato per la perduta Io.
Le tre dee, invitate furon alle nozze, nel qual tempo, alcune nereidi a circo davan lode, a Teti di Peleo, nelle piazze.
Eris, dea della discordia, folle d’ira, fè tumulto, buttando lor la mela, la qual diceva, era per la donna di bellezza rara.
“Alla più bella” il dono fu diretto, ma Paride, eletto, per la scelta, favorì Afrodite, per esser d’Elena il rapitor protetto.
Menelao l’amava più della sua vita, sostava a lungo ad ammirarla, senza giammai stancarsi dalla sua vista.
Alla movenza dei suoi passi ognun attonito restava, tal da non poter porre gli occhi bassi.
Elena era bella, come la spuma del mare, come il fiore più bello che sta a sbocciare come l’uom solo può sognare.
Ma un dì, la vanità bussò ad Elena nel cuore; era il suo fascinoso aspetto che esigeva, il rievocar dei suoi giorni di furore.
Dal ricordo di Teseo non cedea la data, e dal falso detto a Castore e Polluce, si sentì ferita d’esser stata liberata.
Nelle sue stanze, Hermes gli apparve, recandole la nova di fuggir con Paride, or che il controllo, non era grave
Elena, lusingar Hermes non volle, perché il tempo incalzava e l’eran per la fuga, favorevol le stelle.
Menelao volle incontrarla nel giardino, e lei fu cedevole alle di lui lusinghe, mentre s’esibiva, agli occhi del divino
Hermes, vigile, per essere sincero, a quello che a Zeus riportar doveva, con passion, verificava che tutto fosse veritiero.
Menelao, Menelao! Lei diceva con ardor, mentre col pensier, perpetrava l’avventura con il principe di Troia, il seduttor.
Infatuato, lo sposo non pensava al regno, e gli Spartani erano inquietati per il suo esagerato libertin contegno.
Menelao, conosceva il suo destino, così non lasciava Elena andar lontano, poiché se la perdeva, il soffrir l’era vicino.
Poiché andato era, in Egitto da Proteo, mentre il guardiano dio era uscito, con le foche dall’acque dell’Egeo.
Un giorno l’Atride s’era a lui avvicinato, quando gli domandò intorno al suo futuro. e lì seppe che presto esso sarebbe stato desolato
Proteo, non volea dargli profezia, ma Menelao insistette tanto, finché l’incauto, rimase colmo di mestizia.
Di Poseidone il figlio, per il duolo s’immerse nelle acque con le foche, mentre Menelao, deluso, restò solo.
A Menfi, ad est del Nilo v’era un tempio, d’Elena fu stimato, ma era d’Afrodite, e di contro, gli Egizi, non vollevan tale scempio.
E poiché d’Osiris fu usurpato il loco, gli Egizi, pensarono d’abbatterlo e dopo, purificar la zona con il fuoco.
Ad Elena, un tempo, piacque frequentar Fero, Spesso si tuffavan nei meandri corallini tra i cavernosi luoghi di mistero.
Uscendo, andavano alla corte, lì vicino, e mentre Proteo onor dava alle danze la invitava ad assaggiar il sapore del suo vino.
Ma Elena sapeva della virtù del dio e presto volle saper del proprio destino, dopo aver lusingato il re,13 detto il pio.
Proteo così le disse: “ In te contrasto regna, e nei flussi del tuo sangue smania il desiderio ch’altro ne pregna.
Elena, gli chiese che fosse più chiaro a spiegarle le vicende del futuro, e se il suo amor, fosse amaro.
Amaro replico, sarà per colui che cede all’agreste incontro che gli invadi il cuor, quando gli contagi la virtude ch’altro non vede.
Poiché, nata sei da un guscio ed il non capire l’amor cosa procura, ignaro il tuo cuor cagiona altrui, le pene del soffrire.
Il sentimento che ti muove, muove l’uom verso sventura e soccombe cercando di resistere alle tue prove.
Io son saggio, perché so il futuro, ma nelle tue brame sarei già caduto, per questo mi sottraggo e di te non mi curo.
Tu sei bella quanto è più rovina e all’uom che s’avvicina, gli poni la stringa al cuor, c’altro non pena.
Non puoi fermare il tuo impeto esso si ristora nello strugger l’infatuato cicisbeo senza veto.
Implora Zeus! Non per la tua beltà, ma per l’amara angoscia che procuri altrui, come fossi tu vivente calamità.
Ma dell’amor d’Elena, Proteo, non era ignaro; egli la conobbe quando lei aveva sedici anni, poi lei ritornò a Sparta, nel regno del suo caro.
Dimenticando quello che le fu detto, al largo il suo sguardo vagò, verso un piccolo naviglio, ove v’era preda per saziar l’arido appetito.
A bordo, Elena salì, con le graziose ancelle per comprar dei monili di Tartasso. Ma Igor, il fenicio, nel vederle provò un brivido alla pelle.
Subito le regalò, un anello, ch’egli ebbe dalla ninfa Egeria, il qual sentir facea l’uomo, un giovine pivello.
L’idea di rapir Elena, la considerò stoltizia, il capitan sapeva della di lei progenie, così non vantò altro che amicizia. Egli navigò, senza molestare Elena, verso le coste della Grecia, or che il vento li spingea con gran lena. |
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Dopo due giorni, arrivati in Peloponneso, nella casa di Tindaro, suo padre, Elena rivelò che voleva Proteo, come sposo.
Ma alla corte v’era già chi l’amava, pronto a dar tutto il suo cuore senza pensar che il destin lo straziava.
Eaco, figlio della ninfa Egina, più volte tentò di averla in moglie, ma Elena, preferì d’esser eroina.
Aspettava da un dio essere rapita, o da un principe d’un regno, che l’avrebbe eternamente amata.
Menelao, era amico di Paride, il Troiano. Furon giorni, quando si conobbero al mercato d’Argo, e si strinsero la mano.
Fecer scambio di stoffa tipica, lui gli diede seta variopinta d’Oriente, e Menelao, un fregio di civiltà Minoica.
Ed or, veniva a Sparta con proposte di strategie di guerra contro Atene, vittoriosa, intorno a tutte le sue coste.
Ma un dì, dal mar appari la cima d’una vela, la vedetta informò la corte ch’era Paride, ed Elena corse, reggendo la sua stola.
Un drappello d’onor seguì lo straniero, e d’ambo i lati la sua persona invase tutti, ricevendo il saluto da ogni singolo guerriero.
Appena fu arrivato in corte, fu accolto dall’Atride con singolare gioia, elogiando i troiani, di cui Paride fè parte.
Paride, ansioso d’accostarsi ad Elena, aspettò l’occasion che lo favoriva per ammiarar la sua imago che incatena.
Così lei apparve, al volteggiar d’un ninfa, Paride sorpreso, ricevette un cenno, tal che il sangue gli si tramutò in linfa.
Allo straniero la sua destra diede, e sedette accanto a Menelao, e lenta all’ospite s’accostò, come quando un parer si chiede.
Infatuato, l’Ecubeo, lei mirava, era pronto a progettar la fuga e a tradir l’amico che ignaro l’ospitava.
Cercaron da soli di poter parlare, ma Menelao andava intorno, e non ebber modo di poterlo fare.
Fu durante la notte, ch’Elena lo incontrò, egli approvando il suo consenso, nella stanza del tesoro s’inoltrò.
Drogato, poi dal vino, Menelao, dormiva. Nel silenzio presero ogni oggetto d’oro, e li misero al sicuro, fino alba che veniva
Una biga e due cavalli, lei stessa preparò. con un manto coprì il suo volto, e l’infedele dal suo amor si separò.
Verso il naviglio, per la via antica, fuggirono i due malfattori, diventati amanti, in men che si dica.
In poco tempo furono alla costa, e mentre si preparavano a salpare, il lor cuor gioiva senza sosta.
Paride, con ardor spiegò le vele ed Elena col timon puntava al largo, mentre Sparta lasciava senza prole.
Il giorno dopo Menelao, si svegliò, ma la consorte non stava più a suo fianco. subito s’avvide, che lei il tesoro gli rubò.
Vendetta gridò, all’ingrato rapimento, con ferocia al ladro forestiero, maledì il giorno dell’incontro ed il momento.
Che infausto giorno m’è scaduto io che son stato fedele ai numi, inganno, ora in cambio ho ricevuto.
Già la mia famiglia gravemente fu provata, da intrighi insanguinati tra Tieste ed Atreo, e da una stolta inimica fratellanza, mai sanata.
Or, me medesimo, prode ed armigero, sento l’infrangersi del fato avverso, che m’avvintola a chi non mi fu sincero.
Il patir m’avverte dell’approssimar del giorno, nel qual vedrò l’infausto avvenire, per riaver colei che non farà più ritorno.
Ma non sono certo, indegno, a lasciar che la mia persona sia fiacca a favor di chi offese pure il mio regno.
Andrò, contro tutto quel che avvenga, a cercar chi il sentimento mi ferì, raggirandomi col bacio che lusinga.
Se nel pellegrinar morir dovrò, trascinerò Elena con me negl’inferi e a lato del suo cuor perfido starò.
Il sacerdote Ardimeo, ch’era nel tempio, informato del tragico misfatto, recitò giustizia ai numi per lo scempio,
si prostrò al sacral d’Apollo in espiazione d’una offerta agreste, per difenderlo dal penoso fallo.
Diceva: “Menelao, ricevette grave ingiuria, che gli tormenta il cuore, per cui favor degli dei avrà e non avrà penuria”.
A quel dire, l’Apollo a divinar si mosse per bocca del profeta, e che Menelao riavrebbe ciò che il destin rimosse.
Canto 2 Elena e Paride nel mar Egeo
I due dissoluti in breve si trovaron fuori, e nell’aperto mar puntarono il timone, mentre l’amor disinibiva i loro cuori.
Stregati, s’unirono corpo a corpo per opporsi al nume che ostacolava il verdetto dell’Olimpo.
A vele spiegate la nave solcava l’onde, mentre si dirigeva ad oriente, luogo di colture, fulgide e feconde.
Ma presto un nuvolo assai nero e più uno strano vento, li a poco, li condusse in un mare di mistero.
Un vortice potente che fcea timore, |
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Secondo il mito, le origini della guerra di Troia nacquero per la disputa sorta, del cosiddetto "pomo della discordia"; una mela d'oro con la scritta "Alla più bella" che fu lanciata da Eris, dea della discordia, fra i convitati al matrimonio del re dei mirmidoni, Peleo, con la ninfa Teti. Le tre dee Era, Atena e Afrodite affidarono a Paride, figlio del re di Troia, il compito di offrire il frutto alla più bella delle donne mortali. Paride però, per accattivarsi il favore di Afrodite, decise di consegnarla a lei, così si assicurò il suo favore per il suo tentativo di rapire la bella Elena, moglie di Menelao, re di Sparta.
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